Paola&Chiara, FESTIVAL - Recensione su Rockol

di Paola Maraone

Bel mistero quello di Paola & Chiara. Che un tempo cantavano il pop più leggero che si potesse immaginare e ora invece, cresciute a sufficienza, dicono di aver scritto quest’album senza ansie e senza fretta, per una volta senza sentirsi obbligate a farlo. Hanno capito - dicono - che cercare di ripetere
ad libitum una formula che ha funzionato una volta non è sempre la cosa migliore; che è meglio sperimentarsi, mettersi alla prova su qualcosa di nuovo, se necessario lottare per capire fino a che punto è possibile spostare i propri confini.
Mistero bello di due donne belle, vicine ai trent’anni, che si incazzano forte con chi si ostina a chiamarle “sorelline di Italia”, oppure “ex-bambine”, ma fanno tenerezza quando, nel ricevere un complimento per il disco, tentano di schermirsi e ridacchiano proprio come due ragazzine. Epperò sanno quando è il caso di tirar fuori le unghie, e hanno deciso di produrre oltre che di comporre “Festival”: un bel rischio (e, se le cose vanno bene, una bella soddisfazione).
A quanto pare la scommessa della “Iezzi Inc.” è stata vinta: il singolo di lancio dell’album, remixato e declinato in tutte le versioni intellegibili all’orecchio umano (compresa quella di Fargetta) è arrivato in vetta alle classifiche dei brani più trasmessi dalle radio, e se poi a voi non piacciono i ritmi un po’ brazil non è colpa di nessuno, nemmeno di Paola & Chiara. Che, tra l’altro, hanno (letteralmente) girato mezzo mondo per registrare questo disco: un po’ a New York subito dopo il crollo delle Torri, poi proprio in Brasile (dove è nata la canzone “Festival”), e poi in Argentina, che è il posto della malinconia e dello struggimento e anche il posto in cui sono venute alla luce due delle canzoni più belle dell’album. Ovvero “Un mondo d’amore” e (soprattutto) “Arrivederci, addio”, che di Paola & Chiara mostrano l’anima più delicata e sensibile e senz’altro le loro doti più interessanti. Questi due sono brani dall’atmosfera estremamente rarefatta, che ricordano le più grandi interpreti della canzone italiana, quelle signore (ormai mature) che negli anni ci hanno fatto venire i brividi sotto la pelle e via dicendo: sarà per la profonda attenzione ai testi, sarà per le melodie azzeccate ed eleganti come i contorni di un bel gioiello, sarà per il modo in cui P&C sembrano ispirate mentre cantano le (poche) note dei brani in questione. insomma: non si scappa, questa è buona musica (e qualcuno provi a contraddirci), arricchita dalla collaborazione di musicisti di serie A come il chitarrista Hugh Burns (Ute Lemper, Pet Shop Boys, George Michael) e il bassista Guy Pratt (Pink Floyd, Bryan Ferry). Forse la parte meno riuscita dell’intero album è la settima traccia, “Kamasutra”, dal sound etnico, un po’ fastidioso, in apparenza poco simile al “nuovo corso” di Paola & Chiara. Il resto del disco però, compresa una riuscita cover (“Beautiful Maria of my soul”), è già storia.

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